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Note di regia

Stefano Reali

Per quanto mi riguarda, voglio dire dal punto di vista del racconto e del mio apporto alla sceneggiatura fin da quando mi è stato proposto il progetto, la vita di Caruso mi è sembrata un'occasione irripetibile per fare uno studio su come, e se, si possa conciliare l'Amore con il Talento Artistico. Naturalmente non parlo del talento semplice, ma del Genio, del Divo, del Mito Vivente.
Voglio dire che viviamo in un'epoca dove gli unici veri miti inossidabili sembrano essere le rockstar, (si pensi alla longevità di uno come Mick Jagger, sulla breccia da più di cinquant'anni), e soprattutto le rockstar che hanno avuto un successo costruito sull'indissolubile binomio di Genio e Sregolatezza.  Artisti che non diventano famosi solo per il loro talento, ma anche per la loro avvenenza fisica, per il loro fascino-al-di-là-della-loro-arte, e per il loro incarnare i sogni di emulazione di tanti, tantissimi fan.

Caruso era la rockstar dei suoi tempi. Era geniale e sregolato. Era idolatrato dalle folle, per il suo fascino, anche fuori dalla scena.  E' stato grande in tanti personaggi diversi tra loro, ed aveva in repertorio più di ottanta opere, tra cui diverse contemporanee.  E' stato il primo artista a superare il milione di copie di dischi venduti in tutto il mondo, (con "Vesti la giubba", da Pagliacci) ma ha anche sdoganato la canzone napoletana, ai suoi tempi considerata un genere di serie C, e l'ha elevata alla stessa nobiltà artistica della romanza d'opera, al punto che oggigiorno qualunque tenore classico, anche in Corea del Sud o in Australia, è tenuto a conoscere e ad avere nel suo repertorio canzoni napoletane, come  "I' te vurrìa vasà", esattamente come deve conoscere  "Vesti la giubba".
Non solo. Ai tempi di Caruso, se uno spettatore voleva ascoltare una sola romanza, era comunque costretto ad andare in un teatro e ascoltare tutta l'opera, con scene e costumi.  Invece Caruso ebbe l'idea, e il coraggio, all'inizio del novecento, di esibirsi al Metropolitan di New York accompagnato solo dal pianoforte,  cantando canzoni napoletane, oltre ad arie d'opera, intrattenendo il pubblico tra un'aria e l'altra con battute e risate, di fatto inventando una formula che prima di lui non esisteva: quella del moderno recital : la stessa in cui oggi eccellono artisti come Fiorello o Proietti.
E in più, oltre al suo talento di intrattenitore carismatico, Caruso aveva la sua Voce. Per alcuni rimane ancora la Voce più moderna e commovente di tutti i tempi.  Il suo timbro scuro, quasi da baritono, gli permetteva di esprimere una sessualità tutta maschile che mandò in visibilio le folle, e che fece a pezzi il "belcantismo" imperante nei tenori fino a quel momento. La voce di tenore, di colpo, acquistò una virilità che fino ad allora sarebbe stata impensabile, o comunque incompatibile con le note acutissime che le partiture richiedevano. Caruso rese possibile questo 'miracolo': una voce maschile, ma che è in grado di salire fino in paradiso.  La sua veracità tutta napoletana gli conquistò quella simpatia in scena, e fuori, che è il necessario complemento di ogni "rockstar", di qualunque epoca.  A questo punto viene da pensare: in cosa può interessare, in televisione, la vita di un uomo che ha avuto tutto, senza fatica?
La verità è che Caruso non ha avuto proprio tutto.  Tanto per cominciare non ha avuto molto tempo. E' morto a quarantotto anni. Causa della sua vita sregolata, e piena di eccessi, in campo di cibo, sesso, tabacco, e lavoro senza sosta?  Forse. Ma questo, a mio avviso, ha reso ancora più attraente il dibattito Tematico di questo biopic,  la sua domanda di fondo:  è possibile, per un artista che dà gioia a tutto il mondo, usare lo stesso metro di giudizio etico che si userebbe con una persona qualunque? E d'altro canto, un artista di grande talento, pur avendo fama, ricchezza ed onori, probabilmente paga in modo pesantissimo l'impossibilità di vivere l'amore come chiunque altro.
Insomma l'Amore e il Genio sono compatibili, o no? Si può pretendere, da un grande artista, che sia anche un uomo virtuoso? E che dire allora di Michael Jackson, Jimi Hendrix, Charlie Parker, Jim Morrison,  che hanno costruito la loro fama sulle loro trasgressioni, oltre che sul loro talento?  Guarda caso, si tratta di artisti che hanno tutte pagato duramente la loro vita sregolata. Sarebbero stati in grado di regalarci i loro immortali capolavori se non si fossero nutriti dei loro eccessi? C'è chi dice di sì, e chi dice di no. C'è chi dice che l'Amore, anche per se stessi, probabilmente li avrebbe salvati dalla loro fine prematura.

Ecco, il film vuole raccontare proprio questo. E il fatto che l'azione si svolga in un momento della nostra epoca in cui non esisteva  non dico Internet, ma neanche la Radio, a mio avviso, non fa che rendere ancora più universale il dibattito, e a svincolarlo dalla massificazione mediatica che viviamo oggigiorno.

Bisogna anche dire che Caruso è diventato Caruso grazie ai dischi. E' stato il primo a capire che il fatto di  congelare la bellezza della sua voce nell' indistruttibilità della ceramica dei dischi, lo avrebbe reso immortale, oltre che famosissimo in tutto il pianeta. I teatri di ogni parte del globo vollero Caruso, perché avevano sentito la sua voce sui dischi. E lui non si risparmiò. Mai.

Sono grato al direttore di Rai Fiction Del Noce di avermi concesso la possibilità di fare interpretare il ruolo ad un vero tenore, come Gianluca Terranova.  E' una scommessa inedita e assoluta. Per un ruolo da protagonista di un film costoso come questo, sarebbe stato più logico investire su un attore di "chiamata" televisiva. Ma probabilmente non avremmo avuto quella verità, quella fragranza, quell'autenticità esecutiva che ha avuto Terranova nel ruolo, un vero atleta della scena.  E comunque,  per quello che riguarda i "nomi di chiamata", ho potuto contare su due star come Vanessa Incontrada e Martina Stella, nella parte delle due sorelle Giachetti, che hanno ambedue sacrificato la loro vita all'amore per Caruso.

Un'altra grossa fortuna di questo film è stata quella di poterlo girare nei posti e nei teatri veri dove è cresciuto Caruso: i bassi di Napoli, i suoi caffè chantant, dove cominciò la sua carriera come posteggiatore, mentre lavorava ancora come tornitore in un'officina meccanica... e poi il San Carlo, con la sua maestosa mole, dove Caruso fu fischiatissimo dai suoi concittadini e giurò di non cantare mai più a Napoli...
e il Verdi di Salerno, il Mercadante, e il Bellini, dove ci fu il suo debutto assoluto, nell' "Amico Francesco"... Insomma il fatto di avere girato tutto nei posti e nei luoghi veri ha sicuramente dato una grande verità al film, una verità di cui sono grato alla produttrice Claudia Mori, che non solo ha concesso il numero di figurazioni e di ricchezze di cui il racconto aveva bisogno, ma che fin dall'inizio si è opposta ad ogni ipotesi di delocalizzazione.
Nonostante si parli della vita di quello che probabilmente è stato il più grande tenore di tutti i tempi, questo non è un film-opera: è piuttosto un estratto della sua vita, una vita avventurosa, dove noi autori ci siamo concessi, ogni tanto, la licenza di accorpare avvenimenti e personaggi, per tentare di dare la possibilità al racconto televisivo non solo di risultare efficace e coinvolgente, ma anche di restituire al personaggio Caruso il senso della mission di tutta la sua vita: l'amore per la Gente, per il suo pubblico, a costo del sacrificio di ogni altra cosa.

Un discorso a parte merita la musica di commento. Pur avendo già composto ed orchestrato molte colonne sonore di genere sinfonico, il fatto di scrivere temi che poi sarebbero stati montati vicino a "E lucevan le stelle", o "O soave fanciulla", mi faceva venire i brividi. E così ho scelto di usare un organico orchestrale più intimista, anche se sempre sinfonico, in modo da differenziarmi il più possibile da quello delle opere cantate da Caruso. E in modo da costruire quindi una sotto-trama musicale, più lieve, che seguisse gli stati d'animo dei personaggi non-cantanti, e a volte anche di Caruso stesso. Spero che questo tipo di commento, ove ogni tanto riecheggiano anche ricordi di classici napoletani come 'Era de Maggio", possa funzionare, dal suo piccolissimo posticino, senza ingombrare troppo lo spazio degli immortali capolavori dell'Opera di tutti i tempi di cui questo film è costellato.

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